I figli delle tate e delle “badanti”. Intervista a Silvia Dumitrache sugli orfani della globalizzazione

Finalmente l’estate è arrivata e con essa anche le tanto desiderate vacanze. Per molte donne migranti questo è il periodo nel quale potrebbero ricongiungersi con i figli lasciati in cura ai parenti nel Paese d’origine. Durante i lunghi periodi – anche anni – che le “tate” e le “badanti” straniere si dedicano all’accudimento dei bambini e degli anziani italiani, i loro figli, solitamente, sono costretti a vite segnate da solitudine e sensi di colpa che porta molti di loro ad assumere un atteggiamento di chiusura e di apparente indifferenza. In alcuni casi, questi minori, conosciuti anche come “orfani bianchi” o “orfani sociali” assumono comportamenti devianti e, purtroppo, non sono pochi i casi in cui arrivano addirittura ad atti estremi, come il suicidio.

Negli ultimi anni, l’opinione pubblica romena è stata scossa dai casi di preadolescenti con i genitori all’estero che sono arrivati a togliersi la vita, non potendo più sopportare la sofferenza causata dalla lontananza dai propri genitori. Nei casi meno drammatici, esiste comunque il rischio che possano diventare giovani problematici, depressi o che prendano la strada dell’illegalità. La gravità di questo problema ha fatto sì che il dramma romeno ha scavalcato i confini nazionali. Il problema degli orfani della migrazione è molto sentito in Italia, considerando il numero di migranti romeni presenti. Per questo motivo, da alcuni anni sono state tante le iniziative di sensibilizzazione sul tema, a partire dalla messa in onda, nel 2010, sulla RAI, del documentario romeno “A casa da soli”.

934903_527133034017422_846069985_nProprio la visione di questo documentario ha colpito profondamente Silvia Dumitrache, una donna romena che vive a Milano. In quanto mamma, migrante e presidente dell’associazione ADRI, Silvia ha compreso immediatamente l’importanza e l’urgenza di un intervento volto a sensibilizzare i cittadini su un tema così delicato e poco conosciuto, allora come adesso. Infatti, poco tempo dopo, Silvia ha ideato e portato avanti il progetto „Te iubeste mama!” (Mamma ti vuole bene!), avviato inizialmente su Facebook. Ispirata proprio dai suggerimenti che il popolare social network lancia, Silvia coglie l’occasione del suo compleanno per regalarsi una buona “causa”. Attualmente, gli interessi del progetto si sono ampliati e infatti riguardano non soltanto gli “orfani della migrazione”, ma anche temi correlati come la “sindrome delle badanti”/“sindrome italiana” e le nuove problematiche derivate dal ritorno in Romania di molti bambini per effetto della crisi o del mancato ambientamento nel contesto socio-familiare italiano.

Te iubeste mama!” è dunque un progetto utile e moderno per l’intuizione che la sua promotrice ha avuto di mettere in relazione i bisogni creati dai cambiamenti locali e globali con gli strumenti attuali e accessibili a molte persone. La chiave del successo del progetto e la sua crescita progressiva negli oltre due anni di attività è data senz’altro dall’impegno e la tenacia della sua coordinatrice, ma anche dalla semplicità e fattibilità dell’idea partita dal basso e basata sull’utilizzo degli attuali mezzi di comunicazione e dai costi contenuti

Abbiamo intervistato Silvia Dumitrache per approfondire il tema e avere da lei dei suggerimenti su come ognuno di noi possa contribuire alla prevenzione e alla risoluzione di questo problema sociale.

Chi sono dunque gli “orfani della migrazione”?

“Gli orfani della migrazione” sono i figli rimasti nel Paese d’origine, di tate, colf, badanti che lavorano presso le famiglie italiane. L’Italia, infatti, è il Paese con il numero più alto di badanti in Europa. I cosiddetti “orfani bianchi” sono quei minori che crescono soli e molti senza una tutela legale, mentre le loro mamme accudiscono i figli di altre donne o gli anziani.

In cosa consiste concretamente il progetto “Te iubeste mama!”?

In pratica, diamo un aiuto concreto alle madri romene, mettendo loro in comunicazione audio-visiva con i figli che hanno dovuto lasciare in Romania, cercando quindi di arginare la sofferenza procurata dalla lontananza e offrire un sostegno alla genitorialità a distanza. Le biblioteche o le associazioni che aderiscono al progetto, mettono a disposizione delle persone che si prenotano, un computer collegato ad Internet per comunicare con i figli che,  all’orario prestabilito, si trovano nella biblioteca romena di residenza. Il progetto vede coinvolti il Comune di Milano (settore biblioteche), il Sistema delle biblioteche pubbliche romeno (Programma Nazionale Biblionet).

Il problema degli orfani della migrazione è una prerogativa della Romania?

orfani-bianchi-300x186No, infatti, si è iniziato ad affrontare questo tema come effetto della globalizzazione. Attualmente è sorto un altro problema grave, quello della ri-emigrazione. Molte mamme romene sono riuscite a portare in Italia, con grandi sacrifici, i loro figli, ma per diversi motivi, questi bambini ritornano in Romania. Molti di questi minori arrivano dopo un lungo periodo di separazione dai genitori e non riescono ad adattarsi alle nuove condizioni di vita, non riconoscono l’autorità dei genitori e dopo un periodo vogliono tornare in Romania. Il rientro non è per niente semplice perché devono affrontare altre difficoltà: il fatto che non parlano più bene la lingua, hanno crisi di identità, sensi di colpa e non hanno neanche il supporto dei coetanei. Solitamente questi minori sono invidiati. In questo senso è edificante la risposta che un allievo ha dato alla domanda dell’insegnante su cosa vorrebbe fare da grande: “vorrei diventare italiano”. La Romania fa ancora fatica ad accogliere i minori e gli adulti che ritornano.

Durante gli workshops di sensibilizzazione sul tema degli orfani della migrazione che ho condotto in passato, molte donne romene si lamentavano dei comportamenti, a volte disumani, subiti da parte dei loro datori di lavoro. Molte confessavano con le lacrime agli occhi che si sarebbero accontentate anche di una domanda d’interesse per la loro situazione famigliare, di un sorriso o uno sguardo di comprensione.

Non sono cose a me estranee. Spesso ricevo telefonate di donne che piangono e raccontano episodi terribili. So che sono racconti veri e capisco che sono arrivate al limite della sopportazione. Secondo me, le famiglie italiane sono, a loro volta, vittime del sistema. Le famiglie italiane non sono preparate ad accogliere le lavoratrici straniere, ma non è colpa loro. Per migliorare la situazione servono interventi da parte dello stato. A loro volta sono lasciate alla loro capacità di arrangiarsi. Anche questa è una delle conseguenze della politica anti-migrazione e anti-romena degli ultimi 10-15 anni in Italia. Infatti, invece di parlare di malviventi, si tende a sottolineare la nazionalità, criminalizzando una comunità e una nazione. Questo non esclude che ci siano anche dei casi di lavoratrici straniere, romene e non solo, che sono state aiutate dalle famiglie italiane a fare il ricongiungimento o che sono diventate membri della famiglia. Non si può mai generalizzare.

Quali sarebbero secondo la tua esperienza le misure efficaci e il metodo adeguato per intervenire?

Sarebbe utile mettere le lavoratrici in condizioni di poter avere la loro vita privata. Attualmente, ci sono persone che si approfittano della condizione vulnerabile di alcuni disperati, ma ci sono anche degli esempi positivi come nel caso di una ONG di Milano che si occupa di trovare posti di lavoro presso le famiglie che hanno bisogno di assistenza per malati di Alzheimer: organizzano dei corsi gratuiti per la qualifica di assistenti domiciliari che, una volta ottenuto il diploma, saranno inseriti in un database. La particolarità di questa agenzia interinale è che fornisce soltanto delle badanti esterne, che lavorano ad ore e che sono assunte con regolare contratto. L’associazione inoltre, considerando il lavoro infernale che le assistenti di malati di Alzheimer svolgono, mette a disposizione – a coloro che hanno trovato lavoro tramite l’agenzia – circa un’ora e mezzo di sostegno psicologico a settimana. Conosco questa realtà da più di un anno e so che vengono contattati raramente perché, né le badanti, né le famiglie dei badati si trovano in situazione tale da poter accettare, nonostante la proposta sia vantaggiosa per entrambe le parti. Sono tutti vittime del sistema malato.

Tornando al tema degli orfani della migrazione, principalmente si dovrebbe intervenire tramite l’educazione e l’istruzione: programmi di educazione civica, sessuale, affettiva. In questo senso, l’Italia sta avanti rispetto alla Romania. Infatti, in Italia, c’è la pratica diffusa di rivolgersi ai consultori famigliari; prima del matrimonio, la chiesa mette a disposizione dei promessi sposi dei corsi preparatori alla vita di coppia; negli ospedali, le mamme sono seguite e supportate dagli esperti. Per migliorare la situazione, servono interventi da parte dello Stato in collaborazione con la società civile.

Grazie Silvia! Mi auguro che la tua esperienza serva come esempio per iniziative che possano mandare dei messaggi positivi a queste donne, farle sentire meno sole e che, nello stesso tempo, sensibilizzino le famiglie italiane che convivono con queste donne, alle quali, molte volte, basterebbero sentire un po’ di comprensione e di solidarietà.

E’ estate e fra poco si va in vacanza. Godiamoci i momenti preziosi passati insieme alla propria famiglia, ai propri figli, pensando anche alle donne e agli uomini per i quali questa opportunità non è così scontata.

Fonte Il Terzo Binario

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