Molestie, pomodori e caporalato: le vite delle migranti che lavorano nei campi in Italia

Di Stefania Prandi @VICE News

„La sera, quando i bambini andavano a letto, lui arrivava, mi mostrava la pistola e io dovevo fare quello che voleva. Cercavo di resistere, gli dicevo che ero distrutta per il lavoro nei campi, che lo odiavo, ma lui minacciava di prendersela con i miei figli.”

A fare violenza a Elena — 33 anni, di origine rumena — sarebbe stato un sessantenne, sposato, proprietario di alcune serre nelle campagne di Vittoria, in provincia di Ragusa. In quella zona, dove si stima lavorino come braccianti 5mila rumene, si coltivano quelli che molti considerano i pomodori più famosi d’Italia.

Un giorno Elena è riuscita a scappare. Ha denunciato ed è entrata in un programma di protezione, dal quale è uscita perché aveva bisogno di lavorare, perdendo qualsiasi tutela. Lui, „il padrone”, non è mai finito in carcere. „Qualche mese fa me lo sono trovato fuori casa, che mi diceva di tenere la bocca chiusa”.

La storia di Elena è solo una delle tante che accomunano alcune de donne che lavorano nell’agricoltura. Il primo a raccontare le molestie, i ricatti e le violenze è stato padre Beniamino Sacco, che anni fa ha parlato di veri e propri „festini agricoli nelle campagne,” organizzati di sera dai proprietari terrieri.

Nonostante la denuncia, niente è cambiato. Anzi, secondo le lavoratrici la situazione è peggiorata a causa della crisi, dell’arrivo — con i flussi migratori —di nuova manodopera a basso costo, e della recente riforma del lavoro.

Il fenomeno non è limitato alla zona di Vittoria. Riguarda anche altre regioni: come la Puglia, dove — secondo i dati della Flai Cgil — nelle campagne lavorano tra le 30 e le 40mila donne (italiane e straniere).

„Su dieci datori di lavoro della nostra zona, non voglio dire sette, ma — diciamo — cinque ci provano e pesantemente, di più con le stranierei che con le italiane, perché per loro è quasi un diritto, uno ius primae noctis odierno,” spiega Rosaria Capozzi, responsabile del progetto Aquilone di Foggia.

Le lavoratrici non solo vengono pagate in media meno degli uomini — 27 euro contro 35 a giornata, quando la retribuzione dovrebbe essere di circa 54 euro — ma vengono anche costrette a turni sfiancanti nei magazzini.

„La quantità di offerta di lavoro e la mancanza di denunce sono tali che rifiutare le avances significa perdere il posto,” spiega a VICE News Maria Viniero, ex bracciante, adesso sindacalista della Flai Cgil di Bari. „Si tratta di situazioni diffuse. Le lavoratrici vengono a raccontarmele, ma poi non vogliono procedere per le vie legali.”

Dimostrare questi crimini è quasi impossibile: non si riescono a raccogliere testimonianze tra colleghe, è difficile mettere insieme le prove, ci si vergogna perché il pregiudizio — del genere „non è violenza perché se l’è cercata” — è molto diffuso. In Puglia, inoltre, non basta cambiare „padrone” per sfuggire al sistema dello sfruttamento: bisogna fare i conti con i caporali.

Nessuno vuole mettersi contro gli intermediari che reclutano le braccianti nelle diverse aree e che spesso sono proprietari dei pullman che le portano da una provincia all’altra —con viaggi estenuanti prima dell’alba e nel tardo pomeriggio. I caporali controllano le donne nei campi e compiono loro stessi gli abusi.

C’è poca fiducia nel cambiamento anche dopo l’approvazione, lo scorso ottobre, la nuova legge contro il caporalato. „Sappiamo chi fa cosa, chi sono i padroni che ricattano, conosciamo le famiglie che si sfasciano perché ci sono donne sposate che restano incinta durante il lavoro, eppure nessuno di noi si ribella perché se perdiamo il lavoro non ci resta più nulla,” racconta Davide, 45 anni, bracciante agricolo come la moglie, con una figlia di 18 anni.

Tutte le foto sono di Stefania Prandi

„Tutti, autorità incluse, sanno che qui c’è qualcosa che non va, ma è più semplice fare finta di nulla. Una situazione che fa comodo a tanti, con il risultato che le braccianti vivono una situazione di profonda ingiustizia,” spiega Emanuele Bellassai, per anni operatore della Caritas.

Nella foto, Elena. Lavora tra le 10 e le 12 ore al giorno per 600 euro al mese. Quando ero a Vittoria e cercavo informazioni sulle condizioni delle lavoratrici, mi sono spesso sentita ripetere che le rumene non avrebbero mai parlato. Questa informazione si è rivelata falsa: le donne vogliono raccontare quello che subiscono, a patto di non rischiare di perdere il posto.

Beniamino Sacco è un parroco che vive a Vittoria, in una stanza situata nella stessa struttura dove abitano trenta persone immigrate. Ha denunciato spesso le violenze sulle rumene, anche durante la messa, ed è stato criticato dai suoi fedeli. „Purtroppo il problema resta e io non smetterò certo di parlare,” dice. Con altri parroci sta allestendo uno spazio dove le lavoratrici rumene possono incontrarsi e parlare.

Nella parrocchia di padre Beniamino arrivavano rumene incinte, accompagnate e abbandonate da italiani che dicevano di averle trovate per strada. Dai racconti delle ragazze risultava che si tratta dei datori di lavoro che se ne volevano liberare. Come spiega la ricercatrice dell’Università di Palermo, Alessandra Sciurba, „alcune di queste donne, dopo avere partorito, hanno deciso di dare il bambino in adozione e di tornare nelle serre, poche altre hanno tenuto il figlio e non sono più tornate a lavorare.”

Tulipa ha 22 anni. „Il mio padrone di adesso è bravo. In passato, per evitare di essere molestata, cercavo di non restare mai sola con i capi e fingevo di non sentire gli apprezzamenti”. Vive con suo marito —e coetaneo — Pavel: „Qui è un bordello, da non credere. Se qualcuno dovesse mettere le mani addosso a Tulipa, ce ne andremmo subito via, ma dovremmo farlo in silenzio. Anche se andassimo alla polizia, non ci crederebbero, e poi cosa potrebbero fare in concreto?”

Teodor è il più grande di quattro figli. Nessuno di loro va a scuola regolarmente, e frequentano un corso di italiano pomeridiano. Vivono tutti in una stanza con la madre e il padre, che di giorno lavora nei campi.

Nadina ha 21 anni, un diploma superiore, e vive e lavora col marito Anton. „Il primo capo che ho avuto era uno di quelli. Mi mandava in serre diverse da quelle di Anton e poi mi veniva a tormentare. Mi diceva che ero bella, se volevo andare a bere qualcosa con lui. Quando ha provato ad allungare le mani sono corsa via e con Anton ce ne siamo andati”.

Molte delle lavoratrici e dei lavoratori rumeni della zona di Vittoria vivono accanto alle serre, in magazzini abbandonati e baracche di terra battuta con bagni esterni. I „padroni” danno indicazioni precise: i braccianti devono scappare se arriva un’ispezione (non succede spesso) perché le baracche non sono abitabili.

Alessia ha 37 anni, due figli, vive in Puglia da 10 anni, è di origine rumena, e da sei mesi non trova lavoro — se non per pochi giorni. „La mattina, sul furgone, il caporale mette caffè e brioche vicino al volante. Se ti siedi davanti e non li prendi, ma ti compri la colazione da sola, significa che rifiuti la sua offerta. Chi prende la colazione, invece, accetta di andare con lui. Se rifiuti di fare sesso, il giorno dopo lui ti lascia a casa”.

Annalisa ha 30 anni e tre figli. „Nell’ultima azienda raccoglievo le olive. Il padrone ci provava, fin dalla mattina presto, mettendoci le mani addosso. Io lo mandavo via, ma lui ricominciava sempre daccapo. Un giorno gli ho dato uno spintone e lui mi ha detto: domani non venire più. Così ho perso il posto.”

Nelle campagne della provincia di Bari viene coltivata l’uva sotto ai tendoni. Una parte è già stata raccolta, un’altra viene mantenuta fino a Natale, quando verrà spedita nel nord Italia e all’estero.

 

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