Madri lontane, figli lontanissimi. Manzini tra i destini spezzati dell’Est

In «Orfani bianchi» (Chiarelettere) l’autore del ciclo del vicequestore Rocco Schiavone, Antonio Manzini, affronta la realtà degli immigrati che dall’Europa orientale cercano lavoro in Italia.
di TERESA CIABATTI @Corriere della sera

Nintendo 2ds, Moncler (finto), parmigiano, e poi giocattoli, e ancora giocattoli «non ti dico i negozi di giocattoli. Quando verrai a Roma e li vedrai ti sentirai come in Paradiso», scrive Mirta al figlio nelle lettere che anticipano i pacchi con le cose reali: Nintendo 2ds, Moncler, parmigiano.

9e2e7c58-bd3c-4a53-9b26-facead12d262Questa è la storia di una madre e di un figlio. Una storia fatta di lettere, ma soprattutto di oggetti che qui corrispondo a gesti d’amore. Occhiali da sole, calzettoni di lana, giochi per la Playstation. Regali che Mirta spedisce a Ilie da cui si è separata per venire a lavorare in Italia come badante. Antonio Manzini, creatore del vicequestore Rocco Schiavone (da cui la serie tv attualmente in onda su Rai2) torna in libreria con Orfani bianchi (Chiarelettere), solo apparentemente lontano dai gialli Sellerio. C’è infatti qualcosa che accumuna i suoi personaggi, da Schiavone a Mirta: vinti che resistono, esseri umani in ombra che Manzini rende protagonisti.

Allora ecco Mirta badante della signora Olivia, eccola combattere coi capricci dell’anziana, ma anche prendersi cura di quell’esistenza dimenticata, la stessa cura che ha dedicato a Ilie. «… Come quando tu eri piccolo — scrive Mirta al figlio — aspettavo sempre che prendevi sonno. Ti ricordi le notti che volevi la storia, l’acqua, la papera grassa? Non ti addormentavi mai! Io mi sentivo svenire. Poi però alla fine chiudevi gli occhi, e io ti guardavo». I gesti che Mirta un tempo riservava al figlio, oggi li ripete per sconosciuti morenti, fragilissimi. Gesti che Antonio Manzini smonta, mostrandone il tessuto sentimentale, a prova che non esiste automatismo senza emozione, buona o cattiva.

Mirta lava, nutre, cura, avvicinando il sogno di portare Ilie in Italia… Finché i familiari della signora Olivia non preferiscono mettere l’anziana in una casa di risposo, più economica. Il sogno si allontana, chissà quando Mirta riuscirà a far venire il suo Ilie. Non si arrende, trova un nuovo lavoro in un consorzio di pulizie. Sveglia alle sei, due condomini la mattina, tre il pomeriggio. Più dura di prima, anzi durissima, e il guadagno basso, ma Mirta resiste. Intanto scrive al figlio — «Caro Ilie, ora mamma ti racconta un fatto…» — e progetta un futuro insieme, e compra cose, oggi mamma ti ha comprato tavolette di cioccolato, mortadella, caramelle Rossana.

Eppure l’ostinazione non basta e fermare la disgrazia. Muore la madre di Mirta, chi terrà ora Ilie?

cztgs_sxuae_tapQuesta è la storia di una madre che tenta di realizzare il sogno di portare il figlio in Italia. È la storia di una madre costretta a mettere il figlio in orfanotrofio. «Durerà poco…», promette. E in quell’istante, quando Mirta si separa da Ilie, non sono più solo Mirta e Ilie. Sono tutte le madri dell’Est e tutti gli orfani bianchi, la storia di Mirta e Ilie diventa il racconto di un popolo e della sua ricerca di futuro: «I ragazzi, i bambini, tutti con gli stessi occhi. E le luci. Basse, giallo spento, illuminavano i visi scomponendoli in occhiaie e capelli corti come schegge di un quadro riuscito male. E le finestre non aiutavano. La luce grigia si sbriciolava appena faceva capolino dentro quelle stanze. Letti in file di tre, sei ragazzi per stanza».

Durerà poco, s’impegna Mirta. Arriva a ingannare pur di avvicinarsi al sogno, anche grazie a Pavel, connazionale che porta i pacchi in Moldavia. Lui le trova il lavoro da 2 mila euro al mese per badare a Eleonora, un’anziana paralizzata. Sempre più vicina, pensa Mirta, «ogni stipendio avvicina Ilie a Roma», così resiste a questa vecchia muta che si fa la pipì addosso, sputa, morde. Qui il racconto diventa più teso, nel rapporto badante-anziana, Manzini esaspera le piccole azioni all’interno di un tempo dilatato, come Stephen King in Misery.

Fino al culmine, che è il rispecchiamento l’una nell’altra. «Nella disperazione. Siamo uguali» parla la vecchia che tutti credevano muta. Vittima carnefice, ricco povero, sano malato, giovane vecchio, Mirta e Eleonora come un unico corpo malandato, addolorato, morente. Ecco perché certe azioni come Mirta che tappa la bocca della signora per non farle sputare le medicine, più che una sopraffazione raccontano una soglia, il confine tra il proprio corpo e il corpo dell’altro, il corpo di chi accudisce e di chi viene accudito.

Solo un grande scrittore poteva farci indugiare lì, senza spingerci né dalla parte del bene né da quella del male. Con una storia potente, dove vittime sono tutti in una specie di catena di sopravvivenza, e dove la morale è ridefinita (si possono davvero dire cattive azioni quelle compiute nella disperazione?), Orfani bianchi racconta senza retorica la pietà. Struttura e ritmo da giallo per una discesa, a tratti risalita, illusione, infine caduta.

Un racconto che ci conduce senza fiato al finale, vicinissimi alla realizzazione del sogno, Ilie in Italia. Con Mirta che gli chiede di scrivere l’elenco degli oggetti per la vita insieme che sta per cominciare. Gli oggetti dei desideri: Playstation, mountain bike, iPhone.

Senza sapere che nessun ragazzino di nome Ilie giocherà con la Playstation, guiderà una mountain bike, userà un iPhone, magari per scrivere: mamma, stasera non aspettarmi.

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