SINDROME ITALIA Badanti: quando sono loro ad avere bisogno di aiuto!

Si prendono cura dei nostri anziani, con ritmi non sempre sostenibili e rinunce che costano caro, e a volte, a farne le spese, sono le loro famiglie e il loro stesso equilibrio psichico. Parliamo delle badanti, come vengono chiamate in Italia le persone, nella stragrande maggioranza donne, che si occupano dell’assistenza domiciliare a persone fragili o malate. E parliamo di una specifica sindrome che le riguarda, battezzata in modo inequivocabile: sindrome Italia. Sintomi e cause A usare per la prima volta questa espressione sono stati due medici ucraini, Andriy Kiselyov e Anatoliy Faifrych, che nel 2005 hanno così riassunto l’insieme di patologie psico-emotive

che colpivano alcune badanti rientrate in patria dopo anni nel nostro paese. Un misto di alienazione, di smarrimento e di mancanza di motivazione causato dal fatto che, già provate da lunghi periodi di contatto prolungato e quasi esclusivo con persone in condizioni critiche e con cui la convivenza è impegnativa, al loro rientro trovavano famiglie disgregate, figli che non le riconoscevano, un senso di non appartenenza e di ulteriore isolamento che non tardava a generare sintomi depressivi e disagi mentali. Perché proprio sindrome “Italia”? Perché è il nostro Paese, pieno di anziani, ad avere il record di donne impiegate – spesso in nero – nella cura domiciliare, donne che vengono da Paesi come Ucraina, Filippine, Perù, Moldavia e, soprattutto, Romania.

E a puntare nuovamente i riflettori su questo fenomeno è stata una recente inchiesta del Corriere della Sera, che alcuni mesi fa è andato a visitare una clinica rumena dove sono ricoverate molte donne affette dalla Sindrome Italia. Un fenomeno latente Nell’Istituto psichiatrico Socola di Iasi, Nord Est della Romania, sono almeno duecento le badanti ricoverate ogni anno a seguito di forte ansia, depressione, disturbi ossessivo compulsivi, psicosi, fino ai tentativi di suicidio.

Assieme al giornalista del Corriere c’era Silvia Dumitrache, presidente dell’Associazione Donne Romene in Italia, che ci descrive una realtà spiazzante ma non così nuova: «Abbiamo incontrato persone dentro e fuori l’ospedale. Avevamo così tanto

materiale che ne sarebbe potuta uscire una serie. Ma lo sapevo già da prima, tengo sott’occhio il fenomeno da un po’ e cerco di rendere coscienti le persone del rischio. Da noi si parla di più della badante che ruba, che non è affidabile, che non è formata e quando invece escono articoli che parlano di Sindrome Italia i cittadini pensano che i media stiano esagerando, enfatizzando, che la realtà non sia così drammatica. Invece lo è ancora di più». Condizioni precarie e bassa autostima In Italia sono circa un milione le donne rumene emigrate che si sono adattate a fare un lavoro logorante, senza orari, con poche tutele e confini non definiti: spesso la badante presta cura, dorme e vive nel suo posto di lavoro, deve seguire una o anche due persone, a cui finisce con il dedicare tutto o quasi il suo tempo, spesso in condizioni di isolamento e lontananza dai propri cari. Perché mentre si occupano delle nostre famiglie, queste donne lasciano a casa le loro.

Le storie delle badanti ricoverate nella clinica di Iasi sono una diversa dall’altra ma hanno tutte in comune il peso di responsabilità troppo grandi per una persona sola e di scollamento dai propri affetti. Storie di donne che hanno sviluppato attacchi di panico dopo essere state a lungo maltrattate sul posto di lavoro, che hanno ritrovato figli indifferenti o peggio ancora depressi, che quando hanno finalmente raccolto abbastanza soldi per potersi permettere il ritorno in patria e l’acquisto di una casa si sono ritrovate a viverci sole, perché nel frattempo la loro famiglia si era disgregata. Ovviamente non tutte le storie di badanti sono storie di sfruttamento e non tutte le donne che si separano per lavoro dalle loro famiglie finiscono sole e depresse, ma l’emergenza esiste e riguarda molte badanti.

«Ma perché queste donne subiscono? Perché non si ribellano?

Me lo chiedono spesso – spiega Dumitrache – È un problema complesso. Spesso mancano di autostima, e per varie ragioni. Magari partono da casa con storie di violenza domestica, che in Romania è alle stelle. Non hanno gli strumenti per ribellarsi, perché da noi non si fa educazione civica e manca la cultura della solidarietà. Oppure si vergognano con i loro figli e mariti, e preferiscono tacere. O, ancora, provano vergogna per il lavoro che fanno mentre magari a casa loro sono diplomate, laureate. E poi, fin dall’epoca del regime comunista, si è radicata questa convinzione che si deve abbassare la testa e andare avanti così perché non c’è alternativa. E invece c’è».

I figli della diaspora

A fare le spese di queste fratture familiari non sono soltanto le madri che, se vogliono mantenerli e garantire loro un futuro, devono separarsi dai propri figli, ma i bambini stessi. In Romania, soprattutto nelle zone rurali e più povere del Nord Est, ci sono villaggi popolati solo da bambini e anziani, dove sembra mancare la popolazione di mezzo, quella degli adulti, soprattutto donne, che sono andati all’estero, soprattutto in Italia, per cercare lavoro. Li chiamano orfani bianchi o “left behind children” e rappresentano l’altro lato della medaglia, l’altra emergenza. Sempre in Romania sono alti i tentativi di suicidio tra i minori e i giovanissimi, un altro fenomeno

sommerso, «al punto che una grande Ong romena che preferisco non nominare ha chiesto ai media di smettere di parlarne, per non creare emulazione», dice Dumitrache. Un tema, quello dei bambini lasciati indietro dalla diaspora rumena, i figli di famiglie transnazionali, che ha avuto eco anche nel cinema, come nei corti Cuore Blu (2018) di Violeta Birla e Home alone (2010) di Ionut Carpatorea, così come in libri, per esempio nel romanzo Il villaggio senza madri (Rediviva Edizioni, 2012) di Ingrid Beatrice Coman. ●

Lo psicologo: solitudine e rischi di abuso di sostanze

Di Sindrome Italia si è occupato anche il medico di famiglia e psicoterapeuta Maurizio Vescovi, che già nel 2012 aveva segnalato il fenomeno sull’Italian Study on Depression, una ricerca condotta dall’Istituto Mario Negri di Milano che Vescovi ha coordinato nella sua città, Parma. «Già alcuni anni fa avevo notato il fenomeno delle depressioni delle badanti, persone che lasciano alle spalle una situazione propria e la cui migrazione comporta fratture importanti e momenti di sconforto. Chi migra già di per sé ha una base di fragilità per via del distacco, della nostalgia, delle difficoltà, del senso di essere in credito con la vita, per aver dovuto lasciare la propria terra. Non solo: la prestazione da care giver è spesso un ruolo coperto 24 ore al giorno. Così queste donne si ritrovano in un vuoto relazionale, spesso riempito con automedicazioni: alcol, un fenomeno importante, ma anche farmaci, magari presi all’anziano che accudiscono. I sintomi, poi, sono quelli classici della depressione maggiore: sensazione di stanchezza, insonnia o disturbi del sonno, malinconia, perdita di concentrazione, perdita dei desideri vitali in genere. Le soluzioni? Sicuramente si devono organizzare più possibilità di incontri con le famiglie e più ore di riposo, nonché eventuali gruppi, di aggregazione se non di autoaiuto, per le badanti. Alcuni già ci sono, e questa cosa va implementata perché alla fine uno dei problemi principali è la solitudine».

A cura di Marina Nasi redazione@abcedizioni.it

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