Marco Balzano „Quando tornerò” Scriitor italian despre badantele românce: „Un simbol al femeilor migrante”

Cum să fii mamă de la mii de kilometri depărtare și care sunt dificultățile pe care le întâmpină aceste femei abia sosite într-o țară străină, sunt două aspecte pe care scriitorul Marco Balzano le prezintă în romanul său. În cartea sa amintește și de Sindromul Italia: «Psihiatrii din România numesc depresia care le afectează pe aceste femei, ce stau departe de casă și de copiii lor pentru ani buni de zile, îngrijind persoane bolnave și vârstnice, „Mal d’Italia”.» citeste mai mult https://www.rotalianul.com/scriitor-italian-despre-badantele-romane-un-simbol-al-femeilor-migrante/?fbclid=IwAR0-lAS1_ifpDb4af3i0u_zcYnFFUrZ3m_Twh0fScvY0Y7IQTpk6dUS4czs

Marco Balzano presenta „Quando tornerò” (Einaudi).

Il mal d’Italia di colf e badanti
„Quando tornerò”Marco Balzano dà voce alle migranti romene


«Se non capisci tua madre, è perché ti ha permesso di diventare una donna diversa da lei».

Questa è la storia di chi parte e di chi resta. Di una madre che va a prendersi cura degli altri, dei suoi figli che rimangono a casa ad aspettarla covando ambizioni, rabbie, attese. E un’incontenibile voglia di andarsene lontano. Dopo il grande successo di Resto qui, Marco Balzano torna con un racconto profondo e tesissimo di destini che ci riguardano da vicino, ma che spesso preferiamo non vedere. Un romanzo che va dritto al cuore, mostrando senza mai giudicare la forza dei legami e le conseguenze delle nostre scelte.

Il libro

Daniela ha un marito sfaccendato, due figli adolescenti e un lavoro sempre piú precario. Una notte fugge di casa come una ladra, alla ricerca di qualcosa che possa raddrizzare l’esistenza delle persone che ama – e magari anche la sua. L’unica maniera è lasciare la Romania per raggiungere l’Italia, un posto pieno di promesse dove i sogni sembrano piú vicini. Si trasferisce cosí a Milano a fare di volta in volta la badante, la baby-sitter, l’infermiera. Dovrebbe restare via poco tempo, solo per racimolare un po’ di soldi, invece pian piano la sua vita si sdoppia e i ritorni si fanno sempre piú rari. Quando le accade di rimettere piede nella sua vecchia casa di campagna, si rende conto che i figli sono ostili, il marito ancora piú distante. E le occhiate ricevute ogni volta che riparte diventano ben presto cicatrici. Un giorno la raggiunge a Milano una telefonata, quella che nessuno vorrebbe mai ricevere: suo figlio Manuel ha avuto un incidente. Tornata in Romania, Daniela siederà accanto al ragazzo addormentato trascorrendo ostinatamente i suoi giorni a raccontargli di quando erano lontani, nella speranza che lui si svegli. Con una domanda sempre in testa: una madre che è stata tanto tempo lontana può ancora dirsi madre? A narrare questa storia sono Manuel, Daniela e Angelica, la figlia piú grande. Tre voci per un’unica vicenda: quella di una famiglia esplosa, in cui ciascuno si rende conto che ricomporre il mosaico degli affetti, una volta che le tessere si sono sparpagliate, è la cosa piú difficile. Dopo L’ultimo arrivato e Resto qui, Marco Balzano torna a raccontare con sguardo lucido e insieme partecipe quelle vite segnate che, se non ci fosse qualcuno a raccoglierle, resterebbero impigliate nel silenzio.



Marco Balzano presenta „Quando tornerò” (Einaudi)

Con l’autore intervengono Silvia Dumitrache, Associazione Donne Romene in Italia – ADRI, e le musiciste Roxana Morcosanu e Madalina Smocov. Coordina Rocco Pinto. incontro promosso con Associazione Forum del libro.

Il popolo delle esuli è tra noi
Dall’Europa dell’Est all’Italia, Marco Balzano abbraccia l’epopea delle badanti
di Cristina Taglietti CORRIERE DELLA SERA – 07 marzo 2021 

Marco Balzano è narratore di partenze, di abbandoni, di strappi dolorosi, di ritorni e di radicamenti. Movimenti da fermo, incastonati nei titoli, quasi a voler congelare una tematica che diventa ossatura narrativa ma anche visione del mondo, osservazione lucida delle forze che governano i rapporti e le scelte: Pronti a tutte le partenze, L’ultimo arrivato, Resto qui e, ora, in uscita da Einaudi, il nuovo romanzo, Quando tornerò, sono tutte storie di sradicamento quotidiano dove le origini non sono mai astratto mito fondativo, neppure quando (in Resto qui, secondo al premio Strega 2018) lo scrittore affronta un luogo e un periodo come il Sud Tirolo annesso all’Italia dopo la fine della Prima guerra mondiale, simbolo di una Realpolitik che vuole spostare confini e rimodellare uomini.

Partito dagli anni Cinquanta-Sessanta con L’ultimo arrivato (Sellerio, 2014), romanzo d’esordio sull’emigrazione minorile del secondo dopoguerra, quando molti bambini del Sud, come il protagonista Ninetto, vennero mandati al Nord in cerca di lavoro (libro gli è valso il premio Campiello), lo scrittore approda qui a un altro tipo di migrazione, quella delle badanti dell’Est Europa. È attraverso di loro che si interroga sui temi cruciali della società contemporanea: l’aspettativa di vita che si allunga, il bisogno di assistenza di tante persone anziane e sole, le famiglie che si scompongono e ricompongono in formazioni diverse, l’idea stessa di che cosa significhi essere genitori e figli.

Balzano distribuisce la narrazione in tre prime persone narranti: figlio, madre, figlia, a cui dà pesi e tempi diversi. A raccontare la prima versione della storia è Manuel, quindicenne rumeno che una mattina, con il padre Filip e la sorella Angelica, scopre che la madre, Daniela, senza preavvertire nessuno, ha fatto le valigie e se n’è andata dalla casa nel paese vicino alla Moldavia dove vivono.

«Ho trovato lavoro in Italia, devo andare, altrimenti non potrete più studiare e nemmeno mangiare come si deve», lascia scritto su un sintetico biglietto in cui promette di mandare soldi e di stare via poco. Ma quando sarà la sua voce a parlare, chiarirà i contorni di un progetto studiato a lungo: «Scappai una notte di febbraio. Da giorni, appena restavo in casa da sola, correvo a tirare fuori la valigia dall’armadio, la aprivo sul letto e dentro ci mettevo le canottiere e i pigiami. Li stiravo tra le mani, così occupavano meno spazio. Misi tutti i maglioni che avevo, perché Clarissa al telefono ripeteva che anche a Milano faceva freddo». L’italiano imparato guardando i video su internet e le notizie online, ascoltando le canzoni di Vasco Rossi e di Zucchero, quel tanto che basta per dire ai vecchi che si assistono e ai loro figli le parole semplici dei gesti elementari dell’accudimento.

È lei lo specchio di Manuel e, in modo più sommesso, Angelica. Gli eventi vengono raccontati con un montaggio accorto di voci e tempi e Balzano esplora la terra di mezzo che si apre tra le due versioni della stessa storia: da una parte il lavoro di Daniela con persone anziane e con i figli che glieli affidano, le notti passate in camerette appartenute a qualcun altro, le poche ore libere da trascorrere con altri connazionali nei parchi di Milano; dall’altra le videochiamate e i messaggi vocali, con il tempo sempre più stanchi («adesso, anche attraverso gli schermi dei cellulari, si vedevano solo le nostre facce deluse»), i soldi che arrivano per la scuola, le ricariche, il cibo, le felpe, le lezioni saltate di nascosto, i lavori da fare alla casa che il padre presto abbandona, trascinandosi in una routine di alcol e incontri di wrestling guardati alla tv.

Un racconto che molti hanno sentito in presa diretta, ascoltato spesso nelle parole di donne reali entrate e uscite dalle famiglie italiane e che Balzano ha raccolto personalmente, anche visitando in Romania le scuole e le comunità degli «orfani bianchi», i figli lasciati indietro, affidati in patria a nonni, parenti o a chi capita.

«Passa sotto la nostra casa qualche volta,/ volgi un pensiero al tempo che eravamo ancor tutti» dicono i due versi tratti da Il duro filamento di Mario Luzi che Balzano, insegnante e poeta, pone come esergo di questo romanzo che comprime gli anni in uno scorrere veloce e ben simboleggia lo scarto tra intenzioni e realtà, i giorni diventati mesi e poi anni in una ripetitività che li rende tutti uguali, triturando anche gli eventi straordinari.

Governato dalla prosa asciutta e realistica, cucita su misura dei personaggi, a cui Balzano ha abituato i suoi lettori, il romanzo restringe sempre più i rivoli, adagiandosi nel letto principale del rapporto madre-figlio a cui gli altri personaggi — il marito, Angelica, i genitori, i vecchi e i bambini per cui Daniela lavora a Milano — finiscono per fare da contorno. Succede quando un incidente in motorino manda Manuel in terapia intensiva. La madre torna in Romania ma, pur seduta accanto al ragazzo addormentato, si lascia dominare da un’altra lontananza che si impone, quella dell’ospedale e insieme del non sapere. Non sapere perché sia successo l’incidente, che cosa sia passato nella mente del suo ragazzo in quegli anni vacanti.

Battagliando con i medici e gli infermieri per non cedere la sedia su cui è seduta, ultimo ancoraggio di un affetto che ha perso il nodo della quotidianità («a volte mi diceva “mi sento orfano”» le rivela Angelica), lei cerca di raccontargli la sua parte, anche se lui non può sentirla. È così che il lettore conosce la storia e la malattia che afflige anche Daniela.

È il «mal d’Italia», come gli psichiatri dell’Est Europa ormai definiscono la depressione che colpisce chi resta per anni lontano da casa e dai figli per accudire gli anziani o i figli degli altri. Eppure, riflette Daniela, «meglio non saperli i nomi dei nostri guai, meglio consolarsi con l’idea che la sorte è crudele, il fato avverso, Dio troppo distratto da problemi più grandi».

Solitudini e dolori, stereotipi, scatti d’ira e slanci d’affetto, rabbiosi come il bisogno da cui nascono, rimbalzano da un Paese all’altro, dall’Est Europa all’Italia cambiando, a tratti e solo per un attimo, le sorti delle persone. Come il vecchio Giovanni che a seconda di come gli gira la chiama «bella gioia o puttana di una rumena». Come Elena con cui una volta i ruoli si invertono e per un giorno è lei a curare la badante immobilizzata dal mal di schiena.

Balzano registra quei gesti e quelle parole, quelle inversioni. Come un piccolo, inesorabile archivista della contemporaneità setaccia il presente e si incarica ancora una volta di raccogliere frammenti di umanità, di salvare dagli ingranaggi del sistema persone, scelte e destini. @Corriere della Sera

https://www.corriere.it/digital-edition/CORRIEREFC_NAZIONALE_WEB/2021/03/07/38/pil-popolo-delle-spanesulispan-e-tra-noip_U32402163806683N1B.shtml?fbclid=IwAR07BUvjl6YHKUfWBRMop3htg1-UakxskVzrIlXR575CGEOYcm5qbPiydHg

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Orfani di genitori assenti @Osservatorio romano

23 marzo 2021

Una bimba romena in una foto tratta dalla mostra «Te iubeste mamma» (2013)

Nel 2016 il «Foundling Museum» di Londra ha realizzato una mostra sugli orfani della letteratura europea e della tradizione popolare, raccogliendo i lavori degli illustratori degli ultimi trecento anni. Il museo — dedicato al Foundling Hospital e cioè al primo ricovero per bambini abbandonati del Regno Unito — ha dunque ricordato, attraverso disegni e bozzetti, Tom Jones di Henry Fielding, Oliver Twist di Charles Dickens, i trovatelli di Roald Dahl, fino ai personaggi della contemporaneità, tra cui Harry Potter di J.K. Rowling. All’interno della rassegna d’immagini tuttavia — non per negligenza o dimenticanza, bensì a causa della scarsità di documenti che ne raccontino la sorte — non c’erano loro: gli «orfani bianchi». E cioè bambini e adolescenti costretti a crescere con uno o entrambi i genitori che lavorano all’estero.

Il fenomeno caratterizza principalmente i figli delle donne dell’Est Europa, nel momento in cui queste ultime migrano per necessità, alla ricerca di un lavoro — spesso non incline con gli studi compiuti e con le proprie aspirazioni — come quello di badante, tata o collaboratrice domestica. Secondo l’Unicef, nella sola Romania, sono circa 350 mila i lasciati indietro. Lasciati per l’appunto indietro dalle famiglie. E da tutti gli altri.

È pertanto significativo quanto Marco Balzano fa nel suo ultimo libro. In Quando tornerò (Torino, Einaudi, 2021, pagine 208, euro 18,50), l’autore dà finalmente voce ad Angelica e Manuel, gli abbandonati, nella stessa misura in cui la dà a Daniela, colei che abbandona. Il romanzo si apre con la fuga — notturna, clandestina — di questa donna che, alla soglia dei cinquant’anni, da Rădeni, Romania, si trasferisce a Milano, senza il marito sfaccendato Felip e senza i suoi due ragazzi. Poi l’opera prosegue, tenendo conto delle ragioni di tutti, considerando punti di vista e prospettive differenti.

In particolare, l’obiettivo di Daniela è trovare un impiego e riuscire a racimolare una somma di denaro adeguata a garantire un futuro alla sua famiglia («Io voglio che viviate le stesse possibilità degli altri») ma il piano funziona a metà: la donna trova un’occupazione (si prenderà cura di anziani e bambini), sebbene i figli Angelica e Manuel, a chilometri di distanza, non ne comprendano gli sforzi e inizino quasi a odiarla.

C’è un dialogo tra i due fratelli (i quali canalizzano la rabbia per la partenza del genitore in modi opposti) che suona così: «“Scusa Angi, ma perché nel giorno in cui siamo diventati orfani stiamo andando a scuola?” “Oh! Non è mica finita sotto un treno!”. “Be’, la vedremo una volta all’anno, mi sa che un po’ morta è”».

I figli soffrono terribilmente la solitudine derivante dall’assenza della madre: se per Daniela l’andar via è un fatto necessario al progresso dei figli, ad Angelica, che comunque si fa forza coi libri, pesa il carico di responsabilità che deve assumersi in base a una scelta che non è sua, e a Manuel manca una figura fondamentale per il percorso di crescita ed educazione.

Ebbene, Marco Balzano, nel chiedersi se si possa continuare a essere madri e figli a distanza, non giudica né punta il dito contro i suoi personaggi.

Restare o partire? Consentire ad Angelica di frequentare l’università o aiutare Manuel a sentirsi amato? Qui non si discute, parafrasando Ermanno Olmi, sul dubbio secondo cui tutti i libri del mondo valgano più o meno di un caffè con un amico: il lettore non può rispondere a tali interrogativi se non vive queste stesse condizioni; però può prendere atto — anzi, lo deve sapere — che dietro alle badanti dell’Est (guardate perlopiù con ostilità nonostante accudiscano i più fragili) e dietro ai loro cari ci siano drammi profondissimi.

La «Sindrome italiana» (o «Mal d’Italia») — studiata per la prima volta nel 2005 dagli psichiatri ucraini Andriy Kiselyov e Anatoliy Faifrych — è la depressione conseguente a questo tipo di migrazione transnazionale. Le donne — che, lavorando in terre straniere, concretizzano la possibilità di far studiare i figli, ma ne pagano un prezzo altissimo sul piano affettivo — non sanno più chi sono o a quale comunità appartengano, con fatica devono riaffermare la propria identità, tornare a essere persone, non mere fonti reddituali.

Analogo disagio è subito dai figli, i quali soltanto nel più fortunato dei casi vengono affidati a un parente: molti di loro rimangono totalmente soli, altri entrano in freddi istituti; e ciò determina suicidi, tensioni psicologiche, problemi relazionali. Manuel, in Quando tornerò, ne è la dimostrazione: dell’incidente sul motorino che lo vede protagonista, Daniela non vuole approfondire le dinamiche (lo avrà dolosamente provocato?) per non amplificare il senso di colpa che prova verso se stessa.

La lacerazione della famiglia, quindi. Ma pure la femminilizzazione della migrazione, la piaga del lavoro nero, il razzismo latente o manifesto, la vecchiaia davanti a cui i più si dimostrano insensibili, le radici e il distacco — tema già presente nel precedente Resto qui (Einaudi, 2018) — sono gli spunti che emergono leggendo le pagine di Balzano. Pagine che non possono non far riflettere, specie quando s’affronta la centrale condizione dei minori — schiacciati dal silenzio e dagli incolmabili vuoti, che non s’annientano con l’uso di un Iphone.

È vero, «gli orfani bianchi» meriterebbero calore, sguardi, rispetto. Meriterebbero attenzione, oltre che nei romanzi o alle mostre d’arte, sui tavoli delle istituzioni locali ed europee.

di Enrica Riera

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